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2 marzo 2012

Send a Message: la tua libertà a sostegno di Aung San Suu Kyi




Esce il 23 marzo nelle sale italiane il film "The Lady" di Luc Besson, che racconta la vicenda umana e politica della leader birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.


Suu Kyi, dopo essere stata privata per oltre 15 anni della libertà personale, è stata scarcerata il 13 novembre 2010 ed è candidata alle elezioni suppletive di aprile.


Negli ultimi mesi, le pressioni sulla giunta militare al potere in Myanmar hanno favorito il rilascio di almeno 477 prigionieri di coscienza e prigionieri politici, tra cui i noti dissidenti Zaw Htet Ko Ko, Zarganar, Su Su Nway, Htay Kywe, U Khun Htun Oo, Min Ko Naing e U Gambira.


Oltre 1000 prigionieri politici, molti dei quali prigionieri di coscienza, rimangono tuttavia ancora dietro le sbarre. Amnesty International continua a sollecitare il loro rilascio e a chiedere che tutte le persone scarcerate possano prendere liberamente parte al processo politico in corso ed esercitare i loro diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione.


Amnesty International Italia, nell'ambito del patrocinio al film, sta già collaborando con Good Films, la società di distribuzione di "The Lady", a una serie di attività.


Tra queste le campagne:

  • "Send a Message" che prevede la registrazione di un videomessaggio a sostegno di Aung San Suu Kyi e dei diritti umani del popolo di Myanmar. Per farlo, basta andare sulla pagina Facebook di Good Films!
  • “Use your freedom to promote ours” , la campagna che si ispira alla celebre frase di Aung San Suu Kyi dove si può caricare una foto e lasciare un pensiero per unire la nostra voce alla sua in difesa dei diritti umani 



25 febbraio 2012

Colombia: Comunità di pace sotto attacco

Fin dalla sua fondazione nel 1997, i membri della Comunità di pace di San José de Apartadό subiscono le ostilità di tutte le parti coinvolte nel conflitto armato in Colombia. Oltre 170 persone sono state uccise dai paramilitari, che hanno agito da soli o in collusione con le forze di sicurezza, e dai gruppi della guerriglia.


La Comunità di pace di San José de Apartadό è costituita da persone che vivono in piccoli paesi e villaggi nella municipalità di Apartadó, dipartimento di Antioquia, in Colombia, che si sono impegnati a non prendere parte al quarantennale conflitto tra le forze di sicurezza e i paramilitari da un lato e i gruppi della guerriglia dall'altro. La Comunità si rifiuta di imbracciare le armi o di fornire informazioni o supporto logistico alle diverse parti coinvolte; in cambio, chiede loro di rispettare questa decisione.

Il più orribile degli attacchi alla Comunità di pace si è verificato il 21 febbraio 2005, quando truppe dell'esercito hanno ucciso otto persone, tra cui quattro bambini, e mutilato i loro corpi. Il processo ai membri della XVII Brigata dell'esercito che avrebbero preso parte all'attacco ha portato alla condanna a 20 anni di carcere del capitano dell'esercito Guillermo Armando Gordillo Sánchez, mentre altri 10 imputati sono stati prosciolti.

Dal massacro del 2005, la Comunità è stata soggetta a ripetute minacce e attacchi. Il 26 agosto 2009 due uomini armati non identificati hanno bloccato tre membri della comunità a Nueva Antioquia e li hanno portati in una base paramilitare nelle vicinanze, dove sono stati legati e torturati. Sono stati rilasciati il giorno dopo.

Il 6 febbraio 2008, la Corte interamericana dei diritti umani ha ordinato ancora una volta alle autorità colombiane di agire immediatamente per garantire l'incolumità a tutte le persone della Comunità di pace. Le autorità non hanno adottato misure concrete per attuare le ordinanze della Corte, non rispettando così gli obblighi di diritto internazionale.

Nonostante i nostri sforzi, la comunità continua ad essere in pericolo. Per questo abbiamo deciso di non abbassare l'attenzione, di fare pressione sul presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, affinché la comunità posso vivere  finalmente al sicuro da ogni forma di attacco.

Tra il 21 e il 27 febbraio, invia un fax direttamente al presidente della Colombia, basta un click!


INVIA UN FAX

12 febbraio 2012

Non estradate il blogger saudita che ha twittato su Maometto

Un poeta e scrittore saudita, Hamza Kashghari, fuggito dal Paese per le minacce ricevute dopo un commento su Twitter relativo a Maometto è stato arrestato in Malaysia, appena sceso dall'aereo che l'ha portato a Kuala Lumpur. L'operazione è avvenuta dietro mandato d'arresto da parte dell'Interpol, su richiesta di Riyadh.

Hamza Kashgari, 23 anni, era scappato da Jeddah (nell'ovest dell'Arabia Saudita) dopo le reazioni delle autorità religiose del Paese e di diversi utenti Internet, tra minacce di fatwa e invocazioni alla condanna a morte.
In occasione dell'anniversario della nascita del profeta, lo scorso sabato, su Twitter il giovane giornalista aveva scritto: "Nel giorno del tuo compleanno, non mi inchinerò davanti a te. Ho amato alcune cose di te ma ne ho aborrite altre, e non ho capito molti fatti che ti riguardano".

Il ‘cinguettio’ ha scatenato una bufera: il re saudita Abdullah ne ha ordinato l’arresto e oltre 10mila persone hanno sottoscritto una pagina Facebook che ne chiede la morte. Nel frattempo l’imam Nasser al-Omar, lo stesso che all’epoca invocò una ‘fatwa’ contro i musulmani che vedevano il Mondiale di calcio, ha chiesto che venga processato per apostasia, che in Arabia Saudita viene punita con la pena di morte.

Le autorità di Kuala Lumpur non hanno spiegato se intendono estradare Kashgari nella patria d'origine, dove la blasfemia è punibile con la condanna a morte, al contrario della Malaysia. Dopo il tweet incriminato, il ministro saudita dell'informazione Abdel Aziz Khoja aveva pubblicato a sua volta un commento su Twitter, annunciando la decisione di vietare a Kashgari di lavorare per i media nazionali.

Le ong Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto alle autorità malesi di non estradare in Arabia Saudita il poeta arabo che nel suo Paese rischia la pena di morte per apostasia.

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